...ora più che ognuno riclama libertà. Stato e Chiesa in Abruzzo durante la rivoluzione unitaria

Realizzata dalla Soprintendenza archivistica per L'Abruzzo in occasione delle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia, la mostra si basa su una ricerca documentale condotta prevalentemente presso gli archivi diocesani di Teramo, Chieti e Lanciano con l'intento ricostruire in chiave locale i riflessi sociali e politici della grave crisi del rapporto Stato-Chiesa durante il periodo risorgimentale prima e dell'unificazione dopo. I documenti sono organizzati in un percorso cronologico che a partire dai rapporti Stato-Chiesa prima del 1848 giunge alla formazione dello Stato unitario attraverso momenti importanti quali i moti, la Costituzione, la Repubblica Romana. La mostra si articola in 6 sezioni:

SEZIONE I
IL CLERO LIBERALE PRIMA DEL 1848
Il Concordato del 1818 tra la Santa sede e il Regno delle due Sicilie avrebbe dovuto garantire a Ferdinando I di Borbone il consolidamento del proprio potere all’interno del nuovo stato, nato due anni prima dall’unificazione dei regni di Napoli e Sicilia, potere fortemente minato dai sentimenti indipendentistici dell’isola e da un diffuso malcontento nei confronti della monarchia borbonica.
Ma le istanze del pensiero liberale, ereditate dalla rivoluzione francese e maturate nel periodo murattiano, sono ormai penetrate anche all’interno della stessa Chiesa: se i vescovi, che proprio in base al Concordato sono di nomina regia, esprimono una chiara fede borbonica, diversi esponenti del clero, in particolar modo di quello culturalmente più avanzato, manifestano apertamente le proprie idee liberali e patriottiche.
Nelle tre province abruzzesi, quando i primi fermenti risorgimentali iniziano a diffondersi, numerosi sacerdoti entrano in conflitto con i propri superiori e diversi nomi di preti e frati figurano nelle “vendite” carbonare che sorgono soprattutto nel Teramano e nel Chietino.

SEZIONE II
DALLA COSTITUZIONE AI MOTI DI MAGGIO
Il 10 febbraio 1848 Ferdinando II, sotto la pressione determinata dalle ultime insurrezioni di Palermo e Napoli, promulga la Costituzione e ne affida la conoscenza e la diffusione all’istituzione ecclesiastica, che esercita nel regno un incondizionato potere capillarmente diffuso. L’entusiasmo per il “ magnifico dono” del sovrano non é però condiviso, anche se con motivazioni diverse, da tutto il clero. Quando il malcontento provocato dall’atteggiamento restrittivo di Ferdinando rispetto al programma costituzionale e le pressioni esercitate dalla parte più radicale del movimento liberale sfociano nell’insurrezione di Napoli del 15 maggio 1848, tra gli insorti si conta un buon numero di ecclesiastici. 

SEZIONE III
LA REPUBBLICA ROMANA
Le speranze suscitate dall’apertura di Pio IX alle istanze liberali, dalla concessione della Carta costituzionale del 14 marzo 1848 al sostegno alla causa dell’indipendenza, hanno vita breve. Con l’Allocuzione al Concistoro dei cardinali del 29 aprile ’48 il pontefice dichiara la propria estraneità alla guerra contro l’Austria, suscitando un’opposizione sempre più decisa. Il 25 novembre Pio IX è costretto ad abbandonare lo Stato pontificio; il 9 febbraio 1849 viene proclamata, a seguito di votazione, la Repubblica romana. Anche rispetto a questi avvenimenti la posizione del clero non è sempre unanime.  

SEZIONE IV
CENSURA E REPRESSIONE
L’alleanza tra il Governo borbonico e la Chiesa, inizialmente finalizzata alla repressione del fenomeno rivoluzionario e poi al contenimento degli effetti della Costituzione, si attesta su un’azione di rigido controllo sul territorio; i vescovi sono chiamati a vigilare.
L’orientamento politico dei sacerdoti insegnanti è oggetto di particolare attenzione; i vescovi, alla cui autorità la monarchia borbonica ha affidato il controllo dell’istruzione nelle scuole pubbliche e private del Regno, devono farsi garanti della loro idoneità.
Con la promulgazione delle leggi Siccardi (aprile/giugno 1850) che aboliscono i maggiori privilegi del clero, si approfondisce la frattura tra Papato e Regno di Sardegna; di conseguenza si intensificano le azioni di controllo e le misure repressive nei confronti di quanti manifestano sentimenti liberali.

SEZIONE V
L’UNITA’ D’ITALIA
La sollevazione antiborbonica scoppiata a Palermo nell’aprile del 1860 dà il via a una nuova mobilitazione delle forze democratiche e liberali che, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, porta alla fine del Regno borbonico. Il plebiscito del 21 ottobre sancisce l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna che, dopo la resa di Gaeta, ultimo baluardo assieme a Messina e Civitella del Tronto, il 17 marzo del 1861 assume il nome di Regno d’Italia.

E alfin v’è un glorioso
Italo regno ! alfin d’ egro intelletto
Più non sia come sogno ardimentoso
Avversato deriso il gran concetto !...
(Giannina Milli)

La poetessa Giannina Milli (Teramo 1825-Firenze 1888), voce degli ideali risorgimentali e patriottici propri dell’ambiente intellettuale ottocentesco che riconosceva nell’unità culturale il presupposto per il raggiungimento dell’unità politica della nazione, frequentò dal 1859 il salotto milanese della contessa Clara Maffei, con la quale strinse un vincolo di profonda amicizia.
La Biblioteca provinciale di Teramo conserva un cospicuo fondo formato da epistolari, fotografie, libri e arredi appartenuti alla Milli. Tra gli oltre quattocento ritratti d’epoca recanti dediche e pensieri alla poetessa teramana, vi sono quelli di alcuni garibaldini suoi amici e corrispondenti.

SEZIONE VI
LA CHIESA E IL NUOVO STATO UNITARIO
Alla vigilia del ‘61 il processo di unificazione coinvolge anche il territorio dello Stato pontificio. Le Legazioni (Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì) nel 1859 si dotano di governi provvisori e, all’indomani del plebiscito del 25 marzo 1860, vengono annesse al Regno di Sardegna. Il 26 marzo Pio IX promulga il Breve “Cum catholica ecclesia” con cui scomunica i governanti italiani responsabili dell’annessione.
Le relazioni tra Stato e Chiesa, già gravemente compromesse, si incrinano definitivamente con la proclamazione del Regno d’Italia. I vescovi si trovano ad affrontare le conseguenze derivanti dalla legislazione con cui il nuovo Stato afferma la propria sovranità nei confronti del potere temporale della Chiesa.